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Lo speciale sul delitto di Francesco Chirillo a Gizzeria nel 2000 Autore: Stefania Papaleo, Pasqualino Rettura, Gaetano Mazzuca, p.coom., Nicola Lopreiato Fonte: Quotidiano della Calabria, CalabriaOra, Gazzetta del Sud Data: 01/05/2010 Dal Quotidiano della Calabria Soldi e sangue, tre arresti Il pentito Servello ha contribuito a far luce anche su un delitto di Gizzeria di dieci anni fa Stroncato dalla Dda di Catanzaro un giro d'usura gestito dai Mancuso CATANZARO - Soldi e sangue, tra Vibo e Gizzeria. I soldi dell'usura e il sangue di Francesco Chirillo, quest'ultimo prima intermediario e poi beneficiario di un debito mai saldato. "Time to time" il nome in codice dato all'operazione che, ieri mattina, ha portato i poliziotti della Squadra mobile di Catanzaro a stringere il cerchio sugli autori di diversi episodi criminosi risalenti anche a dieci anni fa, grazie ad una gola profonda che ha svelato ruoli e responsabilità legati a quel contesto criminale che avrebbe visto i Mancuso di Limbadi estendere i propri tentacoli anche nel crotonese, con il placet della cosca locale dei Grande Aracri. Un elemento nuovo, nella storia frammentata della 'ndrangheta calabrese, quello emerso prepotentemente tra le righe dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Tiziana Macrì a carico di Salvatore Mancuso, 43 anni, residente a Giussano, in provincia di Milano, Filippo Carrà, 46 anni, residente nel Vibonese ma domiciliato a Roccabianca (Parma), e Franco Ruggiero, 38 anni, residente a Trecasali (Parma) e originario del Vibonese. Per tutti, l'accusa è quella di usura e per quest'ultimo anche quella ancora più grave di omicidio (ne riferiamo in basso, ndr). Un assassinio, quello di Francesco Chirillo, maturato nell'ambito dei prestiti di denaro, con la vittima che sarebbe passata, secondo i riscontri investigativi raccolti dalla Dda di Catanzaro e illustrati ieri in conferenza stampa dal procuratore Vincenzo Lombardo e dall'aggiunto Giuseppe Borrelli, da intermediario del gruppo a responsabile di un mancato pagamento di un debito. Da lì la decisione dei presunti "cravattari" di spedire Ruggiero da Chirillo per una "punizione esemplare", sfociata nel delitto deciso autonomamente dall'indagato per non aver gradito l'atteggiamento rissoso della vittima. A raccontarlo agli inquirenti è stato il collaboratore di giustizia Angiolino Servello, che ha così permesso di ricostruire tutta una serie di episodi di minacce ed usura risalenti agli anni 1999, 2000 e 2001. Un racconto di violenze e vessazioni ai danni di imprenditori anche del cosentino e del crotonese, in quest'ultimo caso messi in atto dal clan Mancuso di Limbadi nella persona di Salvatore Mancuso, figlio del presunto boss Ciccio Mancuso, con il lasciapassare di Nicolino Grande Aracri, capo dell'omonima cosca Crotonese, il cui nome compare nell'ordinanza del gip senza che, tuttavia, allo stesso venga contestata alcuna ipotesi di reato. Sarebbe stato Aracri, dunque, secondo la ricostruzione accusatoria messa su dalla Dda di Catanzaro, a porsi come paciere quando nel giro di usura finirono anche alcuni personaggi del Crotonese, oltre che per difendere Chirillo, poi ucciso. LE ACCUSE Omicidio, quello di Chirillo, secondo l'accusa commesso a Gizzeria da Ruggiero il 10 febbraio del 2000, nel contesto di un giro d'usura che lo vede anche accusato insieme a Mancuso e Carrà di avere aggredito il titolare di un'attività commerciale nel comune di Caccuri operante nel settore dell'autodemolizione, per farsi consegnare diverse somme di denaro a fronte di prestiti ottenuti dalla vittima, con l'applicazione di tassi usurari inizialmente pari al 6% mensile e successivamente lievitati ad un tasso indeterminato, con l'intermediazione di Chirillo. Mancuso, inoltre, avrebbe minacciato di morte un terzo, per costringerlo - senza riuscirci - a consegnare una somma di denaro non meglio precisata e comunque non dovuta, a fronte di un supposto credito vantato nei confronti del commerciante di Caccuri a favore del quale era intervenuto. Quindi, l'accusa, sempre a carico di Mancuso, di aver minacciato di impossessarsi della vettura in suo uso il titolare di un'attività commerciale di Rossano, per tentare di indurlo a consegnargli 50.000.000 di vecchie lire, a fronte di materiale depositato da Chirillo presso il suo deposito, di valore pari a circa 20 milioni di lire. Questi i capi di imputazione dai quali i tre indagati saranno chiamati a difendersi nei prossimi giorni in occasione dell'interrogatorio di garanzia che sarà fissato davanti al gip Macrì. Stefania Papaleo Lamezia. Poche ore dopo il delitto Chirillo finì in cella Ferdinando Paladino accusato di essere il presunto mandante Sette colpi calibro 9 e il fermo del pregiudicato lametino LAMEZIA TERME - Erano quasi le 16 del pomeriggio del 10 febbraio del 2000. Ovvero l'ultimo giorno di vita di Francesco Chirillo, che dieci anni fa aveva 44 anni. Quel giorno l'ultimo a vedere in vita Chirillo fu la madre con la quale abitava dopo un matrimonio fallito. Poi l'emigrazione all'estero e al nord fino al ritorno nel suo paese natìo per lavorare da uno sfasciacarrozze. Quel pomeriggio del 10 febbraio del 2000 era giovedì e Chirillo, subito dopo essere uscito, si incontrò con una persona con la quale avrebbe avuto un appuntamento e che probabilmente sarebbe stato il suo assassino da lì a poco. Solo alle otto di sera di quel giorno, uno zio di Chirillò scoprì il cadavere del nipote in una casa in costruzione della stessa vittima in località Maricello di Gizzeria lido, non molto distante dall'abitazione della madre. L'autopsia chiarì che Chirillo (del quale gli investigatori non trovarono il suo telefonino cellulare) fu colpito da sette colpi di pistola calibro 9 esplosi da distanza ravvicinata al torace e all'addome. Il giorno dopo il delitto fu fermato un pregiudicato lametino, Ferdinando Paladino, all'epoca residente a Sesto Calende, nel varesotto. Un fermo che fu convalidato dal gip di Busto Arsizio. Paladino era accusato di essere stato il presunto mandante di quell'omicidio di cui ora, a distanza di 10 anni, un pentito, Angiolino Cervello, ha svelato il nome e il cognome del presunto autore: Franco Ruggiero, 38 anni, originario del vibonese ma residente a Trecasali (Parma). Ruggiero, che è stato rintracciato ed arrestato in provincia di Milano nell'ambito dell'operazione "Time to Time", sarebbe il responsabile del delitto di Gizzeria lido maturato nell'ambito dei prestiti di denaro a tassi usurari in cui sarebbe rimasto coinvolto Chirillo. Secondo i riscontri investigativi, Chirillo, quando era al nord, passò da intermediario del gruppo di usurai a responsabile di un mancato pagamento di un debito. Le indagini, condotte dal pm Elio Romano, si sono infatti avvalse anche dalla collaborazione della "gola profonda" Angiolino Cervello. Una pista dunque diversa rispetto a quella seguita dieci anni fa quando appunto fu fermato Ferdinando Paladino. Il movente che poi fece risalire a Paladino, all'epoca gli investigatori lo ricondussero a quando Chirillo risiedeva in Germania interessandosi di importare autovetture in Italia. In questa attività avrebbe poi avuto a che fare con Paladino con il quale si scoprì che avrebbe avuto dei contrasti. Emerse infatti che il pregiudicato lametino nel periodo delle festività natalizie di dieci anni fa tornò a Lamezia incontrandosi con Chirillo. Da quell'incontrò sarebbe scaturita una lite che pregiudicò i loro rapporti. Questo il contesto che all'epoca venne seguito dagli inquirenti per fare luce quantomeno sul movente del delitto Chirillo. Si avanzò anche l'ipotesi passionale dal momento che la vittima, separato, in Germania instaurò una relazione con una donna tedesca dalla quale aveva avuto due figli. Pasqualino Rettura Da CalabriaOra 'Ndrangheta. Tre arresti per estorsione nel clan Mancuso Un'operazione congiunta di tre Squadre Mobili di Catanzaro, Milano e Parma, ha portato all'arresto di tre persone accusate di far parte del clan dei Mancuso di Limbadi 30/04/2010 La squadra mobile della questura di Catanzaro, in collaborazione con quelle di Milano e Parma, ha eseguito tre ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di tre presunti esponenti del clan Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia), considerato uno dei più forti della 'ndrangheta. In manette sono finiti Salvatore Mancuso, 43 anni, originario di Limbadi ma residente a Giussano (Milano), Franco Ruggiero, 38 anni, e Filippo Carrà, 46 anni, entrambi vibonesi residenti a Sissa (Parma). I tre, in particolare, sono accusati di estorsione aggravata posta in essere al fine di recuperare le somme di denaro derivanti dai prestiti usurai effettuati da Salvatore Mancuso. A Ruggiero, inoltre, E' contestato anche l'omicidio di Francesco Chirillo, avvenuto a Gizzeria (Catanzaro) il 10 febbraio del 2000. I particolari dell'operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa in programma alle ore 12 nel salone della questura di Catanzaro. Un giro di usura in mano al clan Mancuso, 3 arresti Preso nel Milanese Ruggiero, accusato dell'omicidio Chirillo Un vorticoso giro di usura, minacce, atti intimidatori e infine un brutale omicidio. E' il tragico quadro contenuto nelle quasi 250 pagine dell'ordinanza con cui la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha concluso l'operazione "Time to Time". Al centro dell'indagine, portata a termine dalla squadra Mobile di Catanzaro, in collaborazione con le Questure di Parma e Milano con il coordinamento del Servizio centrale operativo, uno dei clan più potenti della 'ndrangheta calabrese: i Mancuso di Limbadi. In manette sono finiti Salvatore Mancuso, 43 anni, residente a Giussano, in provincia di Milano, figlio del presunto boss Ciccio Mancuso; Franco Ruggiero, 38 anni, residente a Trecasali (Parma) e originario del Vibonese; Filippo Carrà, 46 anni, residente nel Vibonese ma domiciliato a Roccabianca (Parma). I tre sono accusati di avere messo in piedi, a vario titolo, un importante giro di usura. A Ruggiero, che E' stato rintracciato ed arrestato a Solaro in provincia di Milano, E' contestato anche l'omicidio di Francesco Chirillo, avvenuto a Gizzeria Lido il 10 febbraio del 2000. Un assassinio maturato nell'ambito dei prestiti di denaro, con la vittima che sarebbe passata, secondo i riscontri investigativi, da intermediario del gruppo a responsabile di un mancato pagamento di un debito. Duecento milioni di lire che Mancuso diede a Chirillo per farli poi fruttare reinvestendoli sempre attraverso l'attività usuraria. Le indagini si sono avvalse anche delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angiolino Servello, il quale ha permesso di ricostruire tutti i fatti relativi agli anni 1999, 2000, 2001. Gli inquirenti sono riusciti a trovare i necessari riscontri alle parole del pentito. Grazie ai tabulati e alle intercettazioni telefoniche sono riusciti anche a ricostruire il viaggio compiuto da Ruggiero da Parma fino in Calabria il giorno prima dell'omicidio. Oltre al clan Mancuso di Limbadi, nell'ordinanza firmata dal gip del tribunale di Catanzaro Tiziana Macrì risulta anche il nome di Nicolino Grande Aracri, capo dell'omonima cosca crotonese. Sarebbe stato lui, che comunque non ha alcuna contestazione nell'inchiesta, a porsi come intermediario quando nel giro di usura finirono anche alcuni personaggi del Crotonese. Si sarebbe tenuta anche una riunione a Cutro, nell'abitazione del boss, per trovare una soluzione. Un fatto che trova riscontro, infatti il 22 novembre del 1999 i carabinieri di Crotone fermarono un'auto con a bordo Mancuso e Carrà. Nella perquisizione venne trovata una pistola e Carrà venne quindi tratto in arresto. I particolari dell'inchiesta sono stati resi noti ieri mattina durante una conferenza stampa cui hanno partecipato il procuratore di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo, l'aggiunto Giuseppe Borrelli, il capo della Squadra Mobile di Catanzaro Angelo Paduano e il capo di gabinetto della questura Nicola Miriello. Le tre persone arrestate compariranno davanti al giudice per gli interrogatori di garanzia. Gaetano Mazzuca Ucciso dal denaro "sporco" Il commerciante si rivolse alla cosca ed entrò nel giro CATANZARO Sono le 19.30 del 10 febbraio 2000 quando, dopo una segnalazione, gli agenti della polizia trovano in località Maricello di Gizzeria Lido il corpo senza vita di Francesco Chirillo freddato a colpi di pistola calibro 9 millimetri. Parte da qui l'indagine che ha consentito agli inquirenti di ricostruire il vasto giro di usura gestito dai Mancuso. Chirillo era un commerciante in condizioni di difficoltà economiche, tanto da subire il fallimento della propria impresa. Ormai con l'acqua alla gola inizia ad intrattenere rapporti con Salvatore Mancuso. Ottiene dall'esponente della potente famiglia di Limbadi circa 200 milioni di lire. L'accordo E' diretto a fare fruttare il denaro sottoponendo a usura altri imprenditori. Chirillo avrebbe avuto l'incarico di mediatore, avrebbe dovuto, cioé, individuare commercianti e imprenditori in crisi economica cui dare in prestito il denaro di Mancuso. La scelta operata da Chirillo nella individuazione dei soggetti cui prestare il denaro si era, con il tempo, dimostrata sbagliata. Le persone messe sotto strozzo non riuscivano a restituire i soldi nonostante le minacce. Lo stesso Mancuso insieme agli altri due arrestati si era recato a Parma a casa di un imprenditore per minacciarlo, giungendo anche ad aggredirlo fisicamente. Mancuso decide allora di alzare la pressione su Chirillo. L'1 novembre del 1999 con del liquido infiammabile viene incendiato un immobile di Chirillo. Poi il 10 febbraio Franco Ruggiero ottiene l'ultimo incontro con il debitore di Mancuso, finalizzato ad ottenere al più presto il rientro dal debito. Ruggiero fitta una macchina a Parma e scende in Calabria. Va a prendere Chirillo, secondo il collaboratore di giustizia Servello in auto c'E' anche un suo nipote, figlio della sorella, indicato in Vincenzo Capano. Per quest'ultimo però il gip non ha ritenuto sufficienti gli indizi per l'arresto. Secondo quanto ricostruito Chirillo e Ruggiero iniziano a discutere. Chirillo a questo punto avrebbe assunto un contegno minaccioso lasciando intendere di essere armato. Il che era vero, Ruggiero era però riuscito subito a disarmarlo e gli aveva sparato. A incastrare Ruggiero non solo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia ma anche le tracce lasciate dal suo cellulare che proprio nei momenti dell'omicidio era agganciato alle "celle" di quell'area della provincia di Catanzaro. Anche i parenti della vittima hanno riconosciuto l'auto presa a noleggio a Parma come la vettura su cui fu caricato Chirillo prima di essere ucciso. Gaetano Mazzuca Niente sconti, neppure davanti a Grande Aracri Il crotonese: abbonategli quei soldi. Mancuso si alzò e se ne andò con i suoi VIBO VALENTIA La storia, in sintesi, E' questa: Salvatore Mancuso presta soldi a tassi usurari a Francesco Chirillo, che a sua volta apre un suo giro d'usura nel Catanzarese e nel Crotonese, rispetto al quale lo stesso Mancuso chiede conto e percentuali sui proventi. Mancuso vuole che Chirillo paghi, iniziando col saldare il suo debito iniziale, e Chirillo i soldi che gli deve non ce li ha. Messo alle strette Chirillo prova a rivolgersi a Nicolino Grande Aracri, boss di Steccato di Cutro, allora addirittura agli arresti domiciliari. Grande Aracri riceve Mancuso, accompagnato dai suoi sodali. Si parla della questione e Nicola, detto "Mano di gomma", prova a convincere il suo interlocutore: "Compare, lasciate stare, abbonateglieli questi soldi, bene o male avete lavorato, avete preso soldi di interessi, pigliate questo discorso e basta, vi dà altri quattro soldi, diciamo un altri 20-30 milioni... ". Mancuso, dal canto suo, non ne vuole di che sapere: 200milioni di vecchie lire avanzava e 200milioni di vecchie lire intende ricevere, senza abbonare alcunché. Il racconto E' del pentito Servello, che all'incontro era presente: "E così si E' fatta la cosa - spiega Servello - non E' che si E' chiusa bene eh... si E' chiusa in sospeso e un po' calda la situazione perché il Mancuso si E' alzato con tutti noi, e se ne E' andato con toni...". Riferiva Servello che Grande Aracri era a conoscenza del carisma di Salvatore Mancuso visto che conosceva Luigi Mancuso, lo zio, capo supremo del clan di Limbadi: "Sì, sì, era a conoscenza, di lì parlava anche di suo zio che E' Luigi Mancuso, in quanto ha una certa stima una certa amicizia". In pratica, neanche l'intercessione del capobastone di Steccato di Cutro sarebbe servita a Chirillo per togliersi fuori dai guai. (p.com.) Gli intrecci territoriali di una storia di malavita VIBO VALENTIA Gizzeria, Rossano, Steccato di Cutro, Caccuri, Parma, Limbadi, Maierato, Vibo Valentia, Milano. La trama di una vicenda di estorsioni ed usura, culminata con un omicidio, si dipana tra nove località, in sei province e tre regioni. Salvatore Mancuso si muove senza problemi su tutto il territorio nazionale, così anche i suoi attendenti Franco Ruggiero e Filippo Carrà, cugini e cognati, entrambi della provincia di Vibo Valentia, ma di fatto distaccati - e residenti - nel Parmense. A Gizzeria si consuma l'omicidio di Franco Chirillo; unico indagato Franco Ruggiero, al momento senza mandanti. Tra Parma, Gizzeria e Caccuri il taglieggiamento di Rosario Francesco Pellegrini, ad opera di Mancuso, Ruggiero e Carrà. Tra Rossano e Gizzeria quello ai danni di Gregorio Petté. Steccato di Cutro E' il teatro della tentata mediazione, richiesta da Chirillo, del boss Nicolino Grande Aracri. Limbadi, invece, E' il luogo in cui lo stesso Chirillo chiese a Pantaleone "Luni" Mancuso, zio diretto di Salvatore Mancuso, un intervento affinché il nipote desistesse dalle pressioni su Pellegrini. A Maierato si trovava il bar dove Chirillo era solito fare tappa; qui conobbe Raffaele Cracolici, detto "Lele Palermo", assassinato a Pizzo il 4 maggio 2005, che sarebbe stato l'intermediario nell'incontro con Luni Mancuso. Vibo era il luogo in cui Ruggiero e Carrà ebbero il numero maggiore di contatti con la "gola profonda" Angelino Servello. A Milano, invece, insisteva il vertice di un "cartello criminale", che "operava fra le province di Como, Milano, Parma e Brescia, nel settore delle estorsioni, danneggiamenti, armi e stupefacenti", del quale oltre ai tre arrestati e al pentito Servello, avrebbero fatti parte numerosi pluripregiudicati di origine calabrese. Quando la 'ndrangheta non si pone confini... (p.coom.) Time to time, il pentito Servello racconta: Chirillo "lavorava" i soldi di Turi Mancuso – "Franco Ruggiero gli scippò la pistola e poi lo uccise perché lo fece innervosire" Da Gazzetta del Sud del 04-05-2010 di Nicola Lopreiato VIBO VALENTIA - Il suo compito era quello di individuare commercianti e imprenditori in crisi economica, sovvenzionandoli con il denaro messo a disposizione da Salvatore, detto Turi, Mancuso, residente nel Milanese (figlio del vecchio Ciccio, il capocosca deceduto tanti anni fa a Limbadi, paese dove era stato anche eletto sindaco prima che il consiglio comunale fosse sciolto dall'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini). Il ruolo di Francesco Chirillo, ucciso a Gizzeria il 7 marzo di dieci anni fa, viene tratteggiato piuttosto chiaramente nell'ambito dell'operazione denominata "Time to time", portata a termine nei giorni scorsi dalla squadra Mobile di Catanzaro, che ha eseguito tre ordini di custodia cautelare in carcere firmati dal gip Tiziana Macrì, sulla base di una richiesta del sostituto procuratore della Dda, Marisa Manzini, oggi approdata alla Procura generale. Nel corso dell'operazione sono stati arrestati, oltre a Salvatore Mancuso, anche Filippo Carrà e Franco Ruggiero. L'omicidio Chirillo, secondo quanto emerge, è maturato nell'ambito di un complesso giro di usura ed estorsioni attorno al quale sono state coinvolte più persone e che il collaboratore di giustizia Angiolino Servello di Ionadi, descrive nei minimi particolari a cominciare dal movente di quel delitto portato a termine all'interno di un'abitazione di proprietà della stessa vittima. Un omicidio che, sulla base di quanto emerge, non sarebbe stato ordinato, ma strettamente legato alla reazione che lo stesso Chirillo avrebbe messo in atto nei confronti di Franco Ruggiero - residente in provincia di Parma, ma originario del Vibonese - in località Difesa di Acconia, uomo inviato sul posto da Salvatore Mancuso per riscuotere il suo credito, una cifra che si aggirava sui 200 milioni di di vecchie lire. è lo stesso Ruggiero, infatti, sulla base di quanto emerge dall'ordinanza del gip Tiziana Macrì a raccontare per filo e per segno come Chirillo viene ucciso: "...Il cornuto sono andato a chiamarlo, sempre per il discorso dei soldi sono andato in campagna da lui, l'ho visto che si "puliciava" (affermava di essere in miseria) come diciamo noi calabresi, che si "annacava" (tergiversava)". A Gizzeria, nei pressi dell'abitazione del Chirillo, Ruggiero è andato accompagnato dal nipote, tale Vincenzo Capano, a carico del quale non è stato emesso alcun provvedimento. Lo stesso, Franco Ruggiero riferisce al Servello il giorno successivo, che Chirillo al momento della discussione "faceva cenno di avere qualcosa addosso", e quando Ruggero si è accorto che aveva una pistola, "lo ha stretto, e gliel'ha scippata". Momenti piuttosto concitati al punto che Ruggero aggiunge: "A quel punto mi sono preso di nervi, e l'ho ammazzato, perché continuava a dire brutte parole". Particolari agghiaccianti sui quali l'attenzione degli investigatori si è subito concentrata per cercare di capire tutti i retroscena del gravissimo fatto di sangue. E in questo contesto la collaborazione di Servello è stata piuttosto interessante per lo sviluppo delle indagini. Il collaboratore di giustizia, infatti, chiarisce anche il ruolo di Vincenzo Capano, nipote di Franco Ruggiero, nei confronti del quale non è stato emesso alcun provvedimento, precisando che lo stesso attualmente si trova all'estero. Mentre per quanto riguarda l'incontro tra i due "emissari" di Salvatore Mancuso e Francesco Chirillo, Servello sostiene che il giorno del delitto gli avevano prima telefonato, dandogli un appuntamento dove lo stesso Chirillo abitava insieme alla mamma, lo avevano fatto salire in auto, recandosi, poi, in un'abitazione vicina di sua proprietà all'interno della quale nella stessa serata venne rinvenuto il cadavere di Chirillo. Secondo quanto emerso dalle indagini la vittima prendeva soldi dal Mancuso e li investiva nel giro dell'usura. "Chirillo - riferisce inoltre il collaboratore - prendeva il denaro e poi restituiva allo stesso Salvatore Mancuso, ma piano piano gliene dava sempre di meno, sostenendo "questo non paga, quello non paga" ma evidentemente - secondo il collaboratore di giustizia - il problema ce lo aveva il Chirillo, perché aveva dei debiti che in qualche occasione avrebbe potuto togliersi con i soldi del Mancuso", molto probabilmente lucrando sugli interessi. Servello fornisce anche dei chiarimenti in merito a due attentati incendiari subìti dalla vittima, all'interno della stessa abitazione dove venne ucciso. Gli uomini di Mancuso, almeno per quanto riguarda il primo incendio, si erano comunque convinti che ad appiccarlo era stato lo stesso Chirillo, proprio, facendo in questo modo la vittima al cospetto del Mancuso allo scopo di ritardare la restituzione del denaro. |